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Abstract dalla tesi:
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Scopo di queste pagine è di ripercorrere la storia, rievocando gli aspetti e i temi più significativi: un percorso che propone un’analisi intorno al “nettare” degli dei, infuso che è stato nel corso dei secoli di primaria importanza. Quello che ho proposto è una sorta di viaggio, in parte a ritroso nel tempo, in parte esplorativo della nostra contemporaneità attorno a questa bevanda mutevole e fermentata. Tale sostanza consente di dare un profondo significato al rapporto tra vizio e virtù, ragione e passione, misura e dismisura: infuso che ha tutti i presupposti per essere assunto come icona dell’ambiguità. Tale lavoro è diviso in due parti: “il vino: come simbolo e passione” e “L’universo giovanile e il suo rapporto con l’alcool”. Nella prima parte emerge il valore del vino come simbolo e gli effetti che produce sulla persona: fin dagli inizi rappresentava metafora di forza e di vita, il bere con i suoi significati culturali, ci ha condotto attraverso la storia, per giungere all’acquisizione di una coscienza della costellazione di valori che sta alle spalle dell’assunzione di tale bevanda fermentata, contro alle tendenze negative determinate dagli eccessi. Il ruolo e l’uso del vino emerge come un valore caratterizzato da profondi significati culturali e sociali, anche dove esso appariva come una fuga nel privato o un’evasione dal presente, ricerca di gratificazione o antidoto contro le frustrazioni. Tale bevanda svolgeva un ruolo di primaria importanza anche nella celebrazione di feste e convegni sociali, come i celebri simposi e le orge Dionisiache degli antichi Greci e i baccanali degli antichi Romani. Il Simposio era un evento della vita sociale greca in cui persone della stessa estrazione si riunivano per scambiarsi idee e opinioni riguardo vari argomenti, accompagnando le discussioni con cibo e vino. Platone, nel suo dialogo intitolato “Simposio”, (letteralmente “bere insieme”), illustra l’atmosfera del banchetto nell’antica Grecia; iniziava con vari passi liturgurgici, si svolgeva in una sala in cui erano ospitati diversi partecipanti, sdraiati sui Klinai, ai quali era servito il vino, e spettava poi al simposiarca, il maestro di cerimonia, regolare lo svolgimento del rito, stabilendo il momento in cui si doveva bere e in che quantità, prima di innalzare una preghiera. Nella seconda parte si affronta il rapporto dei giovani con l’alcool, indagando sugli atteggiamenti, l’uso, l’eccesso e le motivazioni. Il tema analizzato è quello dell’uso di alcool e della crescente diffusione, esaminandone sia le implicazioni sociali, sia la sua rilevanza e pericolosità. Tendenzialmente i ragazzi consumano alcool in modo occasionale nel fine settimana e utilizzano questa sostanza per produrre un cambiamento dello stato di coscienza, per creare lo “sballo”. Di solito la prima iniziazione all’alcool si ha in famiglia e questo non si configura mai come un comportamento pericoloso o trasgressivo; poi il gruppo di amici si sostituisce a quello familiare e con esso si cominciano a sperimentare le bevande o sostanze “alternative”. Il vino come elemento sociale e socializzante, ha la capacità di favorire l’allegria, tuttavia bisogna ricordare che la piacevolezza di questi momenti ha come migliore alleato la moderazione. Si parla di stati di incoscienza generati dalla presenza alcolica nel vino che va ad incidere sugli aspetti psichici e irrazionali. Il bere modifica le nostre percezioni, perché altera il funzionamento e quindi le sensazioni soggettive. L’alcool agisce deprimendo le nostre coscienze con azione inibitoria e la prima che ne risente è la funzione del controllo e il risultato è quello di stimolare. Promuovere la conoscenza per combattere il consumo sregolato, per contrastare l’abuso. In una cultura dove “più” è meglio, dove il bere fino a ubriacarsi è proposto con un’immagine di divertimento e socializzazione, che quasi obbliga a bere è difficile integrare il concetto di misura. Limitare il bere per limitare gli effetti negativi di questo: Dunque il vino va dosato con cura, assunto con responsabilità, perché esagerando porta l’uomo ad azioni prive di senso. Bisogna essere capaci di regolarsi nel bere, cioè di misurarsi. Naturalmente la misura è soggettiva e va individualizzata avendo alla base un’ottima conoscenza di se stessi. La presa di coscienza dei potenziali rischi va letta come invito a modulare i piaceri poiché solo un controllo attento e misurato del piacere fa sì che l’uomo possa esserne detentore e non schiavo. Solo chi riesce a regolare il vino ha saputo ben misurare i suoi desideri e dominare il proprio piacere rende più abili nel controllo delle proprie azioni. |
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